C’è un abbraccio che dura sempre un secondo di troppo, e sempre un secondo di troppo poco.
È l’abbraccio prima di tornare all’aeroporto. Le braccia di tua madre che si stringono un po’ più forte del solito, come se sapessero qualcosa che tu ancora non vuoi sapere. Tu che conti, senza volerlo, quanti abbracci come questo ti restano ancora.
Non lo dici a nessuno. Ma lo pensi ogni volta.
“Ora che non c’è più, mi pento di non esserle stata più vicina, di non aver goduto di lei quanto avrei potuto.” L’ho sentito dire, con parole quasi identiche, da donne diverse, in momenti diversi, per persone diverse. Il pentimento arriva quasi sempre dopo, mai mentre c’è ancora tempo per cambiare qualcosa.
Nel mio studio a Londra, il senso di colpa verso i genitori che invecchiano è uno dei fili più costanti che attraversano le donne italiane all’estero. Non è un dettaglio del quadro. È spesso il quadro intero.
C’è una forma di solidarietà silenziosa che nasce guardando tua madre fare quello che, un giorno, temi che toccherà a te: tuo padre che non riconosce più le cose intorno a sé, e lei che se ne prende cura ogni giorno, senza pause. Guardi tua madre accudire tuo padre e ti riconosci in lei, la stessa donna, una generazione dopo, nello stesso ruolo che nessuno le ha mai chiesto se volesse.
In Italia, culturalmente, ci si aspetta che siano le figlie e non i figli, a prendersi cura dei genitori che invecchiano. È una responsabilità che si tramanda di donna in donna, quasi mai nominata ad alta voce, ma sempre presente. E se sei una figlia che vive all’estero, quella responsabilità non sparisce. Si trasforma in un debito che senti di non poter mai davvero saldare da lontano.
C’è una frase che ho sentito raccontare una volta sola, ma che porta dentro di sé qualcosa che molte altre donne riconoscono anche senza averla mai formulata così: una donna che ha aspettato che entrambi i genitori non ci fossero più prima di lasciare l’Italia, non perché non li amasse, ma perché, essendo figlia unica, aveva scelto di accudirli fino alla fine.
Il pensiero che segue, e che quasi nessuna si permette di dire ad alta voce, è questo: se il permesso di partire arriva solo con la loro assenza, allora desiderare la propria libertà comincia a somigliare, nelle viscere anche se non nella testa, a desiderare la loro morte.
Non è vero. Non è mai stato vero. Ma il senso di colpa non ragiona come la verità, ragiona come la paura.
“Il giorno che non ci saranno più, so che niente mi basterà mai per reggere quel vuoto.” Frasi come questa descrivono un lutto che non è ancora successo, vissuto già adesso, in anticipo, come se il dolore futuro potesse essere addomesticato provandolo in piccole dosi ogni giorno. Non funziona così. Il corpo si esaurisce lo stesso, e il lutto, quando arriva davvero, arriva comunque intero.
Ho vissuto trent’anni fuori dall’Italia. Conosco quell’abbraccio all’aeroporto. L’ho dato e l’ho ricevuto abbastanza volte da sapere che nessuna quantità di telefonate settimanali lo sostituisce davvero.
Da quattro anni conduco anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel, a Hampstead, un incontro aperto a chiunque voglia parlare di morte (e dintorni) senza doverlo giustificare a nessuno. Ci vengono persone che, come te, portano lutti non ancora accaduti, o mai del tutto elaborati. Ho imparato lì, prima ancora che nel mio studio, che il silenzio intorno alla morte pesa più della morte stessa.
Non credo che la risposta sia smettere di sentirsi in colpa. Credo che la risposta sia più simile a quello che Irvin Yalom, uno degli psicoterapeuti che più ha studiato il rapporto tra noi e la morte, ha scritto negli anni dopo la scomparsa di sua moglie Marilyn: che guardare la morte dritta negli occhi, invece di tenerla a distanza, non ci distrugge ma ci restituisce l’urgenza di essere vive nel tempo che resta, con chi resta.
La colpa e la libertà non sono nemiche. Sono due facce della stessa consapevolezza: che il tempo con chi amiamo è limitato, in entrambe le direzioni: la loro vita, e la tua.
Non esiste un modo per azzerare questo conto. Esiste un modo per portarlo senza che ti schiacci.
Se questo senso di colpa ti è familiare, ne scrivo anche in un altro articolo, su cosa significhi vivere sospese tra due mondi: Sospesa tra due realtà: perché non ti senti mai completamente a casa, né qui né in Italia Se invece senti che è il momento di affrontarlo con un percorso vero, offro anche una prima seduta di valutazione di 90 minuti a tariffa introduttiva (£45), in presenza a Kentish Town, Gospel Oak e Camden Town, online o come Walk and Talk a Hampstead Heath: trovi tutte le info nelle mie FAQ.
Chi è Marianna Trezza
Sono psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons.,
MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), con una specializzazione in X-Cultural Adaptation Counselling, il counselling sull’adattamento tra culture, oltre a qualifiche in:
Therapeutic Counselling (CPCAB, City & Islington College),
Advanced Hypnotherapy (GHSC/CMA, Holistic Healing College),
Energy Psychology Techniques, Spiritual Life Coaching (CMA)
Level 5 Health Coaching Diploma (CNM London, Ofqual).
Ho studiato Comunicazione e Media all’Università degli Studi di Salerno prima di specializzarmi in psicologia.
Ho iniziato il mio percorso clinico nel 2003, oltre vent’anni fa, con adolescenti a Youth Reach (Greenwich), adulti vulnerabili a Mind (Tower Hamlets) e bambini a The Place2Be (Cricklewood), prima di dedicarmi alla pratica privata.
Da quattro anni conduco anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel, comunità spirituale unitariana a Hampstead.
Offro counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano a Londra, anche come “Walk and Talk” a Hampstead Heath, oppure online, per donne italiane all’estero in qualsiasi parte del mondo, e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine e dell’appartenenza lontano da casa.