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Come riconoscere una terapeuta autentica: la differenza tra distanza clinica e presenza umana

Marianna Trezza -The Growing mindset
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“Le prime due terapeute non mi convincevano.” Nel mio studio a Londra, dove lavoro da oltre vent’anni come psicoterapeuta italiana con donne che vivono all’estero, sento questa frase con una regolarità sorprendente. Quasi sempre, chi la dice non ha smesso di credere nella terapia. Ha smesso di credere in un certo tipo di terapeuta.

Il modello con cui molte terapeute si formano

Gran parte della formazione clinica tradizionale, me compresa quando mi sono qualificata più di vent’anni fa, insegna un modello preciso: la terapeuta come schermo neutro, che non rivela mai nulla di sé. Ogni domanda personale viene rimandata indietro, con gentilezza ma con fermezza. Per anni ho creduto fosse l’unico approccio serio.

Con il tempo, e osservando migliaia di ore di terapia, ho iniziato a mettere in discussione quel modello — non perché fosse sbagliato in sé, ma perché non era più sufficiente per le persone che avevo davanti.

Cosa costruisce davvero la fiducia

Osservando migliaia di ore di terapia nel corso degli anni, ho notato un pattern ricorrente:

  • Quando la terapeuta mantiene distanza, la fiducia della cliente si allontana.
  • Quando la terapeuta si mostra con calore, empatia e umanità, la cliente si sente più libera di accedere alle proprie parti più difficili.
  • La fiducia cresce quando la cliente percepisce che chi ha davanti ha attraversato, in qualche forma, un dolore simile al proprio.

Questo non è solo un’osservazione personale: è coerente con l’approccio umanistico alla terapia, che privilegia la relazione autentica rispetto alla distanza clinica come motore del cambiamento.

Cliente, non paziente

Un dettaglio linguistico che considero tutt’altro che superficiale: non uso mai la parola “paziente” per chi lavora con me. Preferisco “cliente”, perché non credo che esistano persone malate — credo che esistano persone che, per un periodo della loro vita, hanno bisogno di supporto. Nel processo terapeutico, il suo obiettivo diventa anche il mio.

Presenza autentica non significa confini più deboli

Un equivoco comune è pensare che una terapeuta più umana abbia anche confini meno chiari. Nella mia pratica è vero il contrario:

  • La seduta dura sempre cinquanta minuti, e finisce sempre allo stesso orario, anche in caso di ritardo.
  • Non frequento le mie clienti al di fuori della terapia.
  • Se durante una seduta percepisco che una cliente mi chiede di me perché è più facile che affrontare il proprio dolore, torno a restare in silenzio su di me.

Quest’ultimo punto è centrale nella terapia umanistica: l’autosvelamento della terapeuta ha valore solo quando risponde a un bisogno della cliente, mai a un bisogno della terapeuta.

Il ruolo del corpo e della natura nella terapia

Un altro principio che guida il mio lavoro: il corpo ha una memoria propria, e spesso conserva ciò che la mente ha temporaneamente dimenticato. Riallinearsi con la natura significa riallinearsi con se stesse, con i bisogni del corpo, e la terapeuta è parte di quel riallineamento.

Per questo, da diversi anni, offro sedute di Walk and Talk a Hampstead Heath, e dal periodo successivo al Covid sono tornata a privilegiare gli incontri di persona, anche sapendo che questo richiede alle mie clienti circa tre ore del loro tempo invece di cinquanta minuti: un’ora per venire, un’ora per tornare, cinquanta minuti di seduta. Quel tragitto non è tempo perso — è il tempo in cui si medita su cosa dire, e si riflette su cosa si è detto.

Come scegliere la terapeuta giusta per te

Se un percorso di terapia in passato non ha funzionato, vale la pena chiedersi non “la terapia funziona per me?”, ma “quel tipo di relazione terapeutica funzionava per me?”. Le due domande portano a risposte molto diverse, e solo la seconda aiuta davvero a scegliere meglio la prossima volta.

Una terapeuta realmente efficace non è infallibile, né distante: è qualcuna che ha attraversato uno spazio simile al tuo e può accompagnarti a sentirti pienamente te stessa, senza che tu debba tradurti per essere capita.

Se questo articolo descrive qualcosa che riconosci, può essere utile parlarne con un professionista che comprenda sia il bisogno di competenza clinica sia quello di una relazione autentica.


Due testimonianze

“Non sei mai diventata difensiva quando ho messo in discussione il percorso. Sei rimasta curiosa, non protettiva, e questo mi ha fatto sentire più libera di essere onesta.” — Eva

“La terapia mi ha dato gli strumenti della vita. Come una borsa degli attrezzi con tutto il necessario per aggiustare qualcosa di quasi rotto, piegato o malandato.” — Debora


Marianna Trezza è psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), specializzata in X-Cultural Adaptation Counselling (il counselling sull’adattamento tra culture).

Ha iniziato il suo percorso clinico nel 2003 e da quattro anni conduce anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel di Hampstead.

Offre counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano, a Londra e online, per donne italiane all’estero e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine, o porti la fatica invisibile di tradurre se stesse ogni giorno: la propria lingua, le proprie emozioni, chi è, nel tentativo di sentirsi finalmente a casa in se stessa.

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