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Perché il movimento è il modo più diretto per ascoltare il corpo, non solo per allenarlo

Marianna Trezza -The Growing mindset

Marianna Trezza, psicoterapeuta italiana a Londra, racconta come il movimento sia diventato, con gli anni, il suo modo più diretto per ascoltare il corpo.


Fino all’adolescenza raccoglievo la frutta direttamente dagli alberi della fattoria dove sono cresciuta. Dell’alimentazione mi sono sempre presa cura, anche più tardi, vivendo in città come Parigi e Londra. Con il movimento, invece, la storia è stata diversa, e nel mio lavoro di psicoterapeuta italiana a Londra, con donne che vivono tra due mondi, riconosco spesso lo stesso percorso in chi incontro.

Un’eredità culturale, non una mancanza personale

Nella tradizione contadina in cui sono cresciuta, il corpo si muoveva per lavorare, non per se stesso: il movimento senza uno scopo pratico non era considerato un valore. Da bambina mi arrampicavo sugli alberi con una naturalezza che, crescendo, ho progressivamente perso. Al liceo, e poi all’università, quella libertà del corpo è rimasta indietro, in campagna: arrivavo a percorrere a piedi solo poche centinaia di metri al giorno, e a restare seduta per dodici ore di fila senza vedere la luce del sole.

Non lo racconto come un rimprovero a me stessa. Penso piuttosto che quell’abitudine fosse un’eredità di classe, non una scelta consapevole: nella cultura contadina e operaia da cui vengo, il tempo dedicato all’esercizio fisico per se stesso sembrava un lusso riservato a chi un lavoro fisico non lo faceva già tutti i giorni.

Quello che il corpo, in movimento, mi ha insegnato

Con il tempo ho imparato una cosa che nessun libro mi aveva mai detto: non era la qualità del cibo, da sola, a farmi stare bene. Era il movimento a farmi rilassare in profondità, a farmi trovare le soluzioni che la mente da ferma non trovava, a farmi mettere i pezzi insieme. Oggi cammino almeno un’ora al giorno, come base minima, oppure nuoto al laghetto delle donne, o faccio esercizi a corpo libero che mi restituiscono un poco di quella libertà che conoscevo da bambina.

Diciannove anni di tai chi, e una resistenza che non se ne va mai del tutto

C’è una parte del mio rapporto con il movimento che, ancora oggi, mi mette alla prova. Pratico tai chi da diciannove anni, e ogni volta che è il giorno della lezione, resisto per tutto il tempo che il tragitto richiede: un’ora per arrivare, un’ora per tornare, quattro ore di pratica. Penso quasi sempre a tutto quello che potrei fare in quelle ore, invece. Eppure so, per esperienza diretta, che bastano cinque minuti di pratica perché quella resistenza si sciolga.

Riconosco, in questo pattern, la stessa eredità culturale di cui parlavo sopra: la sensazione che il tempo dedicato al corpo, per il corpo, sia tempo tolto a qualcos’altro di più utile. Succede lo stesso, ogni giorno, con la semplice camminata: comincio pensando a tutto quello che potrei fare al posto suo, e quando la finisco, le stesse preoccupazioni che mi accompagnavano non le trovo più. Si sono trasformate, semplicemente, camminando.

Il movimento come lavoro clinico, non come accessorio

Considero l’attività fisica l’equivalente del dialogo che si fa in una seduta di terapia, solo che qui il dialogo avviene con il corpo, non con le parole. Quando ci muoviamo con consapevolezza, il corpo ci restituisce informazioni preziose su quello di cui abbiamo davvero bisogno. Quando restiamo bloccate nello stress, invece, quello spazio di ascolto si chiude.

Nel mio lavoro clinico porto questo stesso principio: il movimento non è un accessorio della terapia, o qualcosa da aggiungere alla fine, quando il resto è già stato fatto. È già, di per sé, parte del lavoro terapeutico.

Una semplificazione che mi piace: gli ormoni come messaggi

Mi piace pensare alla fisiologia in modo molto semplice: gli ormoni come segnali invisibili che il corpo ci manda in continuazione, un linguaggio fatto di “dammi di più di questo” e “dammi di meno di quest’altro”. Le endorfine, in particolare, mi piace immaginarle come il dialogo più dolce che si possa avere con il proprio corpo: un modo per dirgli che lo stiamo trattando bene, e ricevere in cambio la sensazione di benessere che ci fa capire che stiamo facendo esattamente questo.

È una semplificazione personale, non un modello clinico in senso stretto, ma è quella che uso più spesso, con me stessa e con le persone che seguo.

Se questo articolo ti ha fatto pensare al tuo rapporto con il movimento, e a quanto di quel rapporto viene da un’eredità che non hai scelto, può valere la pena parlarne con un professionista che consideri il corpo parte integrante del lavoro terapeutico, non un argomento a sé.

Questo articolo nasce da Parole sulla soglia, la mia rubrica settimanale per donne che vivono tra due mondi: se vuoi riceverla ogni domenica, scrivimi in privato.


Marianna Trezza è psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), specializzata in X-Cultural Adaptation Counselling (il counselling sull’adattamento tra culture), con un Level 5 Health Coaching Diploma (CNM London, Ofqual).

Ha iniziato il suo percorso clinico nel 2003 e da quattro anni conduce anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel di Hampstead. Offre counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano, a Londra e online, per donne italiane all’estero e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine, o porti la fatica invisibile di tradurre se stesse ogni giorno: la propria lingua, le proprie emozioni, chi è, nel tentativo di sentirsi finalmente a casa in se stessa.

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