In autunno, sotto un pergolato, il colore di un grappolo non dice ancora se è pronto per essere raccolto: un acino può sembrare scuro ed essere acido, un altro può sembrare uguale e avere già tutta la sua dolcezza. Il momento giusto lo decide il grappolo, non un calendario, e chi raccoglie impara col tempo a fidarsi di qualcosa che non si vede subito.
L’autunno porta sempre lo stesso invito a raccogliersi verso l’interno: le giornate si accorciano, e viene naturale guardare più dentro che fuori. C’è un raccoglimento che si ripete ogni anno, proprio in questi giorni. Il primo e il due novembre, in Italia, nei paesi piccoli, al cimitero si trova più gente che in piazza o al bar: tombe pulite, crisantemi, dolci della tradizione, famiglie che si incontrano tra una fila di lapidi e l’altra. Per un giorno il cimitero diventa il vero centro del paese. E tra quelle lapidi, in mezzo a quella folla, ci sono anche i volti di chi non c’è ancora: i genitori che invecchiano in un paese che non è più, ogni giorno, il luogo dove si vive.
Per chi vive lontano, quei giorni arrivano comunque, ma arrivano diversi: senza un cimitero di famiglia da raggiungere, senza quella folla che altrove si ritrova proprio lì, tra le tombe, più numerosa che in qualsiasi altro giorno dell’anno.
Una teoria che dà un nome a questa fatica
Questa differenza ha un nome preciso nella letteratura psicologica. Pauline Boss, psicologa e docente emerita all’Università del Minnesota, ha elaborato a partire dagli anni settanta la teoria del lutto ambiguo: il tipo di dolore più difficile da elaborare, perché non si risolve mai del tutto e blocca il normale processo del lutto.
Boss distingue due forme:
- il lutto ambiguo fisico, quando una persona è assente nel corpo ma resta presente nella mente, come nel caso dei soldati dispersi o delle persone scomparse
- il lutto ambiguo psicologico, quando una persona è presente nel corpo ma assente nella mente, come accade con la demenza o una dipendenza
Boss non ha scritto esplicitamente di emigrazione, ma la prima forma descrive con precisione quello che vive chi ha genitori anziani in un altro paese: non sono scomparsi, sono lì, ma la distanza li rende presenti solo a tratti, mai del tutto raggiungibili. Ricercatori successivi hanno esteso lo stesso quadro teorico ad altri contesti segnati dalla distanza forzata, dai migranti scomparsi alle famiglie separate da un confine.
Perché nominare questo lutto aiuta davvero
Un lutto senza un nome è più difficile da attraversare: resta una fatica diffusa, senza contorni, che si confonde facilmente con il prezzo normale di una scelta di vita. Avere un nome per quella fatica la rende riconoscibile come lutto vero, non come un effetto collaterale da sopportare in silenzio. Non si risolve con un rito unico, come un funerale, proprio perché chi se ne va non è morto: resta, ma a distanza. Per questo tende a tornare, ogni anno, intorno agli stessi giorni.
Vale la pena dirlo con chiarezza: nominare questo lutto non cancella la distanza, e non è un invito a scegliere tra restare altrove o tornare. È solo un modo più preciso per riconoscere una fatica reale, invece di continuare a chiamarla solo nostalgia.
Quello che vedo nel lavoro con donne che vivono fuori dal proprio paese
In questo lavoro, il lutto ambiguo compare spesso in una forma non dichiarata: un malessere attribuito al meteo, al lavoro, alla stanchezza di fine anno, raramente alla vera causa, la distanza da chi invecchia senza di loro. Un esercizio semplice, utile proprio in questi giorni dell’anno, è nominare per scritto cosa esattamente si sta portando, invece di lasciarlo come un peso generico. Dare un nome preciso a quella fatica aiuta più che continuare a conviverci senza riconoscerla: è anche uno dei modi in cui si impara ad ascoltare se stesse, invece di continuare solo a tradurre ogni fatica in qualcosa di più accettabile da raccontare agli altri.
La nostalgia per il proprio paese e la vita scelta altrove possono restare affiancate, senza che l’una cancelli l’altra.
Se questo articolo ha aiutato a dare un nome a qualcosa che si porta da tempo senza saperlo definire, può valere la pena parlarne con un professionista che consideri la distanza dalla propria famiglia una materia clinica vera, non solo un dettaglio di vita all’estero.
Questo articolo nasce da Parole sulla soglia, la mia rubrica settimanale per donne che vivono tra due mondi: se vuoi riceverla ogni domenica, scrivimi in privato.
Marianna Trezza è psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), specializzata in X-Cultural Adaptation Counselling (il counselling sull’adattamento tra culture), con un Level 5 Health Coaching Diploma (CNM London, Ofqual). Ha iniziato il suo percorso clinico nel 2003 e da quattro anni conduce anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel di Hampstead. Offre counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano, a Londra e online, per donne italiane all’estero e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine, o porti la fatica invisibile di tradurre se stesse ogni giorno: la propria lingua, le proprie emozioni, chi è, nel tentativo di sentirsi finalmente a casa in se stessa.
Leggi anche: Le quattro stagioni interne del ciclo mestruale, e la domanda che una collega mi fece vent’anni fa, la puntata della settimana scorsa.
Fonti: Ambiguous Loss — Origins and History (Pauline Boss), Red School — The Inner Seasons of the Menstrual Cycle