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La saggezza che il corpo conosce prima ancora della scienza

Marianna Trezza -The Growing mindset

“Mio nonno non sapeva leggere.” È una frase a cui torno spesso, da quando ho cominciato a studiare formalmente quello che lui aveva già capito senza un solo libro. Nel mio lavoro di psicoterapeuta italiana a Londra, con donne che vivono all’estero da anni, mi chiedo spesso quanta della saggezza che cerchiamo nei manuali fosse già, da tempo, nel corpo di chi ci ha preceduto.

Un frutto che riporta indietro nel tempo

L’anno scorso ero in Italia a mangiare fichi maturati sotto il sole. Quest’anno lo stesso sole ha riscaldato i fichi di Londra, rendendoli ugualmente dolci. Lo stesso frutto, due mondi diversi: è bastato questo a farmi ripensare a mio nonno, e a una mattina in particolare.

Due rischi, letti fianco a fianco

Mio nonno aveva i piedi gonfi, per via del cuore, e quella mattina dovevo andare a chiamare il medico a piedi, perché non avevamo ancora il telefono a casa. Mentre camminavo verso casa del dottore, lui si era già organizzato per arrampicarsi sull’albero e raccogliere i fichi più freschi, da regalargli quando fossi tornata: un gesto della tradizione contadina, fatto con quegli stessi piedi gonfi che lo avevano appena convinto a farsi visitare.

Allora lo vedevo arrampicarsi ed ero preoccupata: pensavo che non si prendesse abbastanza cura di se stesso. C’era di sicuro un rischio, in quell’albero su cui era salito per tutta la vita. Ma esisteva anche un rischio opposto: quello di rinunciare a ciò che gli dava gioia, alla famiglia, al proprio posto nella comunità, restando al sicuro a letto. Un rischio che forse avrebbe peggiorato le sue condizioni anche più in fretta.

Quando ho liquidato la sua saggezza, e quando ho capito

Mio nonno non aveva mai avuto la possibilità di studiare, e nessun libro gli aveva mai spiegato niente sul corpo o sulla salute. Per anni ho creduto che tutto quello che la scienza non spiegava ancora semplicemente non esistesse, e quando lui mi offriva quelle che oggi riconosco come piccole perle di saggezza, lo liquidavo chiedendogli cosa ne sapesse lui, che non era mai andato a scuola. La sua risposta era sempre la stessa, mai offesa: non sono andato a scuola, ma ho fatto esperienza della vita.

Solo dopo la sua morte, quando gli studi sulle cosiddette Blue Zones hanno cominciato a descrivere proprio quello che lui aveva osservato da solo, ho capito il peso di quello che mi diceva.

Dall’osservazione clinica alla medicina dello stile di vita

Con gli anni, ascoltando migliaia di ore di terapia, ho notato che le persone che esploravano i propri problemi, anche con strumenti come l’ipnoterapia o l’Emotional Freedom Technique, miglioravano. Ma chi cambiava davvero, in profondità, era chi accanto all’esplorazione cambiava anche il modo di vivere: come dorme, come si nutre, quanto si muove, come gestisce lo stress, quali sostanze evita, quali persone sceglie di avere vicino, quanto si sente parte di una comunità.

Da questa osservazione è nato il Walk and Talk che offro da circa dieci anni: camminare mentre si parla sembra aiutare le persone a stare meglio più in fretta di chi resta fermo su una poltrona. È un’osservazione che trova conferma anche nella medicina dello stile di vita, disciplina che si appoggia su sei principi ricorrenti, e negli studi sulle Blue Zones.

Perché sono tornata a studiare, con più di cinquant’anni alle spalle

Ho scelto di rimettermi a studiare la biomedicina nei minimi dettagli, insieme alla naturopatia: quello che mio nonno applicava in modo naturale, osservando la natura fuori e dentro di sé. La primavera scorsa ho conseguito un diploma di health coach, non per allontanarmi dalla psicoterapia, ma per offrire, insieme a lei, un supporto che raggiunga la persona intera, non solo la sua psiche.

Quello che da giovane non volevo ascoltare, oggi lo porto nel mio lavoro clinico: non lo tengo più per me, lo condivido con le persone che siedono di fronte a me per aiutarle a sentirsi di nuovo intere.

Se questo articolo ti ha fatto pensare a un insegnamento che hai riconosciuto solo tardi, può valere la pena parlarne con un professionista che consideri il corpo e la mente come parte della stessa storia, non due binari separati.

Questo articolo nasce da Parole sulla soglia, la mia rubrica settimanale per donne che vivono tra due mondi: se vuoi riceverla ogni domenica, scrivimi in privato.


Marianna Trezza è psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), specializzata in X-Cultural Adaptation Counselling (il counselling sull’adattamento tra culture), con un Level 5 Health Coaching Diploma (CNM London, Ofqual).

Ha iniziato il suo percorso clinico nel 2003 e da quattro anni conduce anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel di Hampstead.

Offre counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano, a Londra e online, per donne italiane all’estero e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine, o porti la fatica invisibile di tradurre se stesse ogni giorno: la propria lingua, le proprie emozioni, chi è, nel tentativo di sentirsi finalmente a casa in se stessa.

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