Marianna Trezza, psicoterapeuta italiana a Londra, spiega perché tante donne italiane all’estero restano sospese tra due mondi, senza sentirsi mai del tutto a casa in nessuno dei due.
Il Mulino Bianco non ha catturato un sogno. Lo ha costruito.
Un bisogno vero: calore, appartenenza, una famiglia che ha tempo per stare insieme. Trasformato in un’immagine che nessuna casa ha mai avuto davvero. Quella luce. Quel silenzio gentile a tavola. Quella lentezza della domenica mattina.
Ma l’immagine era così convincente che per anni ti sei chiesta perché la tua vita non le somigliasse.
E quella domanda senza risposta è diventata insoddisfazione. E l’insoddisfazione, un giorno, è diventata una valigia.
Il mulino vero, e la sua ombra
C’è un dettaglio che rende questa immagine ancora più vera di quanto pensassi scegliendola.
Il vero Mulino Bianco esiste: a Chiusdino, in provincia di Siena. Non è bianco: è tutto pietra, grezzo, per anni agriturismo, poi chiuso, ora fermo e invenduto. La pubblicità ha scelto di mostrarne solo la facciata candida, mai la pietra, mai la fatica di tenerlo in piedi.
È esattamente questo che chiamo, nel mio lavoro, una zona d’ombra: non il male da estirpare, ma la parte che scegliamo di non guardare, pur restando lì, reale, parte del paesaggio. E vale anche per la famiglia che hai sognato per anni: aveva anche lei la sua pietra, la sua fatica, che nessuno spot avrebbe mai mostrato. Il dono che cerchi non è nella facciata bianca. È nell’ombra che non hai ancora guardato.
Il divario che parte con te
Quello che nessuno ti dice è che il divario tra l’ideale e il reale non resta in Italia ad aspettarti. Parte con te.
Sei arrivata qui cercando ancora quella colazione al sole. E quando non l’hai trovata (perché non esiste da nessuna parte, non è mai esistita), la delusione si è ripetuta, identica, solo con un accento diverso intorno.
Non è il paese sbagliato. Non è nemmeno la vita sbagliata.
È un’immagine impossibile che continui a portarti dietro, ovunque tu vada.
Le voci che sento nel mio studio
Nel mio studio a Londra lo sento con parole diverse, ma è sempre lo stesso nucleo:
“Non mi sentirò mai Americana. Ma non mi sento più nemmeno completamente italiana.”
“La mia città, nella quale sono cresciuta, non mi appartiene più. La vedo chiusa, crepuscolare, anche nelle belle giornate di sole.”
“Dopo due giorni voglio già scapparmene. Non per i familiari ma perché non mi sento più a casa mia.”
“Ormai è come se non appartenessi più né all’Italia né qui.”
“Quando torno, le cose dalle quali sono fuggita sono rimaste lì ad aspettarmi.”
Quando anche la lingua tradisce
E poi c’è la lingua, che comincia a tradire per prima, spesso prima ancora che te ne accorga:
“Sono anni che parlo principalmente inglese. Quando parlo italiano a volte mi mancano i termini . Li italianizzo in inglese con la speranza di essere comunque capita.”
Non è un vuoto di memoria. È il segno che tradurre te stessa, le parole ma anche le emozioni, i bisogni, chi sei in un dato momento, è diventato un lavoro quotidiano, silenzioso, che dura da anni.
Né di qua né di là
Il paradosso più difficile da spiegare a chi non l’ha vissuto è questo: l’estraneità non sparisce mai del tutto, in nessuna delle due direzioni.
“A Sidney ero quella che parlava con l’accento italiano. In Sicilia sono ‘l’australiana’.”
“Quando si torna si è ormai diverse — e si fa fatica.”
Non appartieni mai del tutto a un solo posto. Appartieni, forse, a una condizione: quella di chi vive sulla soglia tra due mondi, senza stare mai pienamente dentro nessuno dei due.
Non è un fallimento
Se ti riconosci in questa sospensione, non significa che hai sbagliato paese. Non significa che avresti dovuto restare. Non significa che c’è qualcosa in te che non funziona.
Significa che hai scelto una vita che nessuna singola cultura può contenere del tutto.
Io so di cosa si tratta. Perché ci sono passata.
E so che c’è un modo per portare entrambe le identità senza che si combattano tra loro, ogni giorno, dentro di te.
Marianna
P.S. Se ti riconosci in questo “né di qua né di là”, se hai passato anni a chiederti perché la tua vita non somigliasse a quella che immaginavi, ovunque tu fossi, scrivimi: voglio sapere qual è la tua esperienza. E se conosci qualcuna a cui potrebbe interessare leggere questo articolo, condividilo pure.
Se vuoi saperne di più su come lavoro, trovi tutte le informazioni su Counselling & Hypnotherapy in Kentish Town, Gospel Oak & Online.
Chi è Marianna Trezza
Sono psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), con una specializzazione in X-Cultural Adaptation Counselling, il counselling sull’adattamento tra culture, oltre a qualifiche in Therapeutic Counselling (CPCAB, City & Islington College), Advanced Hypnotherapy (GHSC/CMA, Holistic Healing College), Energy Psychology Techniques, Spiritual Life Coaching (CMA) e un Level 5 Health Coaching Diploma (CNM London, Ofqual). Ho studiato Comunicazione e Media all’Università degli Studi di Salerno prima di specializzarmi in psicologia, e ho iniziato il mio percorso clinico nel 2003 – oltre vent’anni fa – con adolescenti a Youth Reach (Greenwich), adulti vulnerabili a Mind (Tower Hamlets) e bambini a The Place2Be (Cricklewood), prima di dedicarmi alla pratica privata. Da quattro anni conduco anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel, comunità spirituale unitariana a Hampstead.
Offro counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano a Londra, per donne italiane all’estero e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine e dell’appartenenza lontano da casa.