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Vivere all’estero e sentirsi in colpa per non avere una casa: perché succede e come affrontarlo

Marianna Trezza -The Growing mindset
 

Vivere all’estero e sentirsi in colpa per non avere una casa: perché succede e come affrontarlo

“Ho l’impressione di vivere solo per lavorare e pagare.” Nel mio studio a Londra, dove lavoro da oltre vent’anni come psicoterapeuta con donne italiane che vivono fuori dall’Italia, sento questa frase con una regolarità sorprendente, ripetuta con parole quasi identiche da persone diverse.

Vite costruite con cura: carriere solide, una lingua nuova imparata da adulte, relazioni vere in un paese che non era il proprio. Eppure, sotto tutto questo, un conto che torna sempre uguale: stipendio, affitto, bollette, e poi da capo. Il weekend che dovrebbe essere il respiro diventa il tempo per recuperare le energie da rimettere nel ciclo il lunedì.

Perché nasce questa vergogna economica

Non è pigrizia, e non è ingratitudine per quello che si è costruito. Nel lavoro clinico che faccio da anni con questa popolazione, riconosco alcuni pattern ricorrenti:

  • Il paragone con un traguardo che non corrisponde più alla realtà economica attuale: case, mutui, depositi calcolati su regole di mercato che non esistono più.
  • La sensazione di essere le uniche a non “avercela fatta”, mentre intorno tutti sembrano procedere secondo un piano.
  • Il senso di fallimento silenzioso, che convive con prove concrete del contrario: una carriera costruita da sole, una lingua imparata, una vita vera in un paese che non era il proprio.

Il mito ereditato dal dopoguerra

Molte donne che seguo portano dentro un’aspettativa che non hanno scelto: quella dell’emigrante che parte per necessità e un giorno torna arricchita, con la casa pagata, la prova visibile che il sacrificio è servito a qualcosa. È un mito nato in un altro tempo, quando le case costavano quanto un anno di stipendio.

La maggior parte delle donne con cui lavoro non è partita per necessità economica. È partita per amore, per un lavoro che dava respiro, per la curiosità di sentirsi più intere altrove. Ma quel metro antico resta lì, ereditato, a misurare una partenza che non gli somiglia affatto.

Il paradosso: la vita continua, anche quando il conto non torna

Chi vive questa fatica racconta spesso la stessa contraddizione: nonostante la sensazione di non farcela mai economicamente, la vita sociale non si ferma. Bar e ristoranti restano pieni. Questo può generare un ulteriore strato di colpa, come se socializzare fosse un lusso ingiustificato.

Nella mia esperienza clinica, propongo una lettura diversa: quella cena fuori, quel viaggio, non sono necessariamente rinuncia al risparmio o fuga dalla realtà. Possono essere la scelta, spesso non del tutto consapevole, di restare in relazione con qualcosa che è vivo adesso, invece di rincorrere un numero astratto che non basta mai.

La scelta impossibile tra stabilità e serenità

Un altro tema ricorrente è la percezione di dover scegliere tra due opzioni ugualmente insoddisfacenti: un lavoro stabile che garantisce sicurezza economica ma toglie energia vitale, oppure un lavoro più libero che lascia intatta la serenità mentale ma non offre le stesse garanzie.

C’è chi l’ha capito da dentro, dopo essersi bruciata per anni cercando di farcela: partire esclusivamente per il lavoro, senza altro scopo, è spesso una ricetta per l’infelicità, indipendentemente da quanto si viene pagate. Il denaro, da solo, non risponde alla domanda più profonda per cui si era partite.

Quello che si costruisce, anche senza una casa di proprietà

Nel tempo che si passa a rincorrere il ciclo stipendio-affitto-bollette, si costruisce spesso qualcosa che nessun estratto conto può misurare:

  • Un modo di guardare il mondo che non si impara restando ferme in un solo posto.
  • La capacità di attraversare culture diverse da vicino, non da turiste.
  • Una mentalità più ampia, capace di capire più prospettive contemporaneamente.

Questi non sono consolazioni astratte: sono competenze reali, spesso proprio quelle che rendono queste donne professionalmente preziose e personalmente resilienti.

Un pensiero da portare con sé

Non esiste un modo per far sparire da un giorno all’altro la vergogna legata al denaro o alla casa. Esiste, però, un modo per iniziare a smontarla: riconoscere che si tratta di uno scarto tra un mito ereditato e una vita vera, non di un fallimento personale.

Un passo concreto che suggerisco spesso: notare quando si controlla ossessivamente il prezzo delle case (su portali come Rightmove o equivalenti locali) e chiedersi cosa si sta davvero cercando in quel gesto. Spesso non è la casa in sé, ma una conferma di valere qualcosa secondo un metro che non è più il proprio.

Se questo articolo descrive un’esperienza che riconosci, può essere utile parlarne con un professionista che comprenda sia la componente economica sia la specificità di costruire una vita lontano dal proprio paese d’origine.

Le esperienze descritte in questo articolo sono composite, nate dall’ascolto di più persone nel tempo in contesto clinico, e non sono attribuibili a una persona reale e riconoscibile.


Marianna Trezza è psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP, Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), specializzata in X-Cultural Adaptation Counselling (il counselling sull’adattamento tra culture). Ha iniziato il suo percorso clinico nel 2003 e da quattro anni conduce anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel di Hampstead. Offre counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano, a Londra e online, per donne italiane all’estero e per chiunque viva le sfide del burnout, della solitudine e dell’appartenenza lontano da casa.