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Vulnerabilità maschile: perché è così difficile vederla, e perché conta ancora di più se vivi lontano da casa

Marianna Trezza -The Growing mindset

“I maschi non piangono.” Nel mio studio a Londra, dove lavoro da oltre vent’anni come psicoterapeuta, sento questa frase, o una sua variante, tornare spesso, non solo dalle donne italiane con cui lavoro, ma anche dagli uomini stessi, italiani o no, quando provano a spiegare perché hanno imparato a nascondere quello che sentono davvero.

Perché fatichiamo a vedere la vulnerabilità maschile

Nel lavoro clinico che faccio da anni, riconosco alcuni pattern ricorrenti in chi mi racconta la propria relazione con gli uomini della propria vita, un padre, un partner, un figlio:

  • La tendenza a giudicare in un secondo se un uomo è “forte” o “vulnerabile” solo da come si presenta
  • La sorpresa, quasi sempre, quando quello stesso uomo si mostra vulnerabile in un contesto protetto
  • Il sospetto che mostrarsi deboli sia comunque un rischio, anche per chi osserva, non solo per chi si espone
  • La fatica di riconoscere che “reggere tutto da soli” è un peso imparato, non una qualità naturale

Questo pattern non riguarda solo l’Italia. È qualcosa che osservo anche a Londra, in un contesto culturale diverso, il che mi fa pensare che sia più universale di quanto sembri.

Un esempio concreto: il laghetto degli uomini di Hampstead Heath

A Hampstead Heath, a Londra, ci sono due laghetti vicini ma separati: il Kenwood Ladies’ Pond, che frequento ogni giorno, e il Men’s Pond, riservato agli uomini. Cammino spesso lungo il viale che li divide, e nel tempo ho osservato una cosa che non mi aspettavo:

  • Entrambi i prati condividono la stessa gioia di stare lì, lo stesso bisogno di rallentare il sistema nervoso a contatto con l’acqua fredda
  • Gli uomini, che di solito non parlano delle proprie emozioni, lì sembrano andarci apposta anche per farlo
  • Sembrano scaricare un peso che si portano addosso da quando sono nati: quello di non poter mai piangere, di dover reggere tutto da soli

Uno degli uomini che ho imparato a conoscere in quella comunità, che chiamerò con il suo vero nome, Ricky, con il suo permesso, è un artigiano del legno a Highgate. Era dislessico, in un’epoca in cui a scuola nessuno sapeva ancora cosa fosse la dislessia: gli dicevano solo che non era fatto per lo studio. Non avendo soldi per i giocattoli, aveva imparato da bambino a costruirseli da solo.

Dalla ferita al mestiere: il kintsugi come metafora clinica

Oggi Ricky insegna il legno: prima a due studenti, poi con una lista d’attesa, poi anche a minorenni in un istituto penitenziario, oggi anche alle donne. C’è un’arte giapponese, il kintsugi, che ripara la ceramica rotta riempiendo le crepe d’oro: la rottura non si nasconde, diventa ciò che dà valore. Ricky, senza probabilmente conoscere questo nome, insegna la stessa cosa con le mani a ragazzi che la propria crepa l’hanno già scoperta da soli, spesso nel modo più duro.

Dal punto di vista clinico, questo è un esempio concreto di un principio che uso spesso in seduta: non si tratta di eliminare la ferita, ma di trovarle un posto dove diventa risorsa invece che vergogna nascosta.

Cosa significa questo se vivi lontano da casa

Se sei una donna italiana che vive all’estero, questo tema può toccarti in un modo specifico. Spesso porti da sola il peso emotivo delle relazioni a distanza, con un padre che invecchia, un partner che magari non condivide gli stessi codici culturali sulle emozioni, un figlio che cresce in un paese diverso dal tuo. In più:

  • Puoi trovarti a fare da “traduttrice emotiva” tra culture diverse, spiegando a un partner straniero perché certi silenzi, in famiglia, pesano più delle parole
  • Puoi portare, senza accorgertene, lo stesso copione che hai imparato tu da bambina: “reggere tutto da sola” come forma di forza
  • Puoi giudicare la vulnerabilità di un uomo della tua vita con lo stesso metro rigido con cui, forse, hai imparato a giudicare la tua

Come iniziare a vedere diversamente

Alcune domande che uso spesso in seduta, e che puoi provare a farti anche da sola:

  • Quand’è stata l’ultima volta che hai guardato un uomo della tua vita abbastanza a lungo da vedere cosa aveva imparato a nascondere per non essere giudicato?
  • Cosa succederebbe se, davanti a lui, restassi un momento in più a guardare, prima di decidere se quello che mostra è forza o vulnerabilità?
  • C’è una “crepa” in un uomo della tua vita che hai sempre trattato come un difetto da correggere, invece che come parte della sua storia?

Non è detto che la risposta cambi subito la relazione. Ma imparare a vedere la vulnerabilità maschile, invece di giudicarla o ignorarla, è spesso il primo passo per costruire relazioni più vere, anche a distanza.

Quando questo tema richiede un supporto più strutturato

A volte il pattern che porti nelle relazioni con gli uomini della tua vita, padre, partner, figlio, affonda in qualcosa di più profondo: come hai imparato, tu per prima, a mostrarti o a nasconderti. Lavorare questo aspetto in terapia, soprattutto con chi ha vissuto in prima persona lo spazio tra due culture, può aiutare a distinguere cosa è tuo da cosa hai solo ereditato.

Marianna

Se questo articolo ti risuona, o se vuoi approfondire il tema delle relazioni vissute lontano dal proprio paese, scrivimi: lavoro con donne italiane all’estero online e a Londra, anche come Walk and Talk a Hampstead Heath.

Per approfondire altri aspetti della vita da expat, leggi anche: Sentirsi sole vivendo all’estero: perché la comunità che cerchi potrebbe essere diversa da quella che immagini Sentirsi sole vivendo all’estero: perché la comunità che cerchi potrebbe essere diversa da quella che immagini – TherapyTribe e Vivere all’estero e sentirsi in colpa per non avere una casa: perché succede e come affrontarlo Vivere all’estero e sentirsi in colpa per non avere una casa: perché succede e come affrontarlo – TherapyTribe .

Chi è Marianna Trezza

Sono psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), con una specializzazione in X-Cultural Adaptation Counselling, il counselling sull’adattamento tra culture, oltre a qualifiche in Therapeutic Counselling (CPCAB, City & Islington College), Advanced Hypnotherapy (GHSC/CMA, Holistic Healing College), Energy Psychology Techniques, Spiritual Life Coaching (CMA) e un Level 5 Health Coaching Diploma (CNM London, Ofqual).

Ho iniziato il mio percorso clinico nel 2003, oltre vent’anni fa, con adolescenti a Youth Reach (Greenwich), adulti vulnerabili a Mind (Tower Hamlets) e bambini a The Place2Be (Cricklewood), prima di dedicarmi alla pratica privata.

Da quattro anni conduco anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel, comunità spirituale unitariana a Hampstead.

Offro counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano, a Londra e online, per donne italiane all’estero e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine e dell’appartenenza lontano da casa.